I morsi della solitudine nel 1970

Esperienze vissute

Un ricordo. Ero uno dei tanti immigrati a Torino nei primi mesi del 1970. Un ragazzino, sardo, quindici anni. Arrivato a Torino per studiare, ma per orgoglio scelsi di lavorare e pagarmi le spese dell’ospitalità dei parenti: non volevo, in seguito, dovere niente a nessuno. Un sardo come tanti, quindi. Un lavoro pesante il mio: di mattina apprendista in un’officina di precisione che costruiva “calibri” per la Fiat, di sera impegnato nella pulizia di uffici. Ma non ho ricordi dolorosi di questo. Sono stato male per altro. Scopri allora che la solitudine aggredisce, soprattutto, chi è estraneo al contesto in cui vive. Mi sentivo estraneo quando vedevo i cartelli in alcuni condomini in cui si diceva: “Non si affitta ai meridionali”. O quando ti guardavano con fare incuriosito per il mio accento sardo. Ma la vera sofferenza arrivava la domenica pomeriggio. Una città fredda Torino, distratta, nebbiosa e respingente, o almeno così io la vivevo. Ricordo bene però che non so cosa avrei dato per una parola, uno sguardo, un sorriso. Mi sentivo invisibile, un’ombra. Le persone passavano accanto a te di fretta, non ti guardavano, per loro non esistevi. Per un adolescente era difficile capire. Ero lì per necessità ovviamente, ma non interessava a nessuno che facessi due lavori, che mi stavo perdendo gran parte dell’adolescenza tirando la cera sui parquet, litigando con ottoni da rendere lucenti, o facendomi i calli con lime e attrezzi di precisione che sarebbero finiti poi in Russia per la Fiat. Era doloroso camminare in mezzo alla gente, sentendomi quasi un mendicante. Come definirmi altrimenti nella ricerca spasmodica di una parola, di uno sguardo, di un sorriso, un’attenzione. Era un freddo inverno, era grigio, pioviccicava spesso, ma alle mie passeggiate dell’unico pomeriggio libero, quello della domenica, non rinunciavo, anche sapendo che sarei stato peggio. Rubavo le presenze e il calore delle persone che incrociavo. Mi sentivo un corpo estraneo in una città che non era mia, che non mi accoglieva: ero “sardo”. Era una sensazione di tristezza immensa. Poi arrivò il 15 marzo 1970. Andai allo stadio a vedere Juventus Cagliari. Per qualche giorno ho guardato tutti i compagni dell’officina dall’alto in basso. Il Cagliari vinse lo scudetto quell’anno. Per qualche giorno di quel fine marzo dimenticai la solitudine. Da grande sono tornato: ho rivisto quel palazzo di via Pietro Micca, ho rivisto quel cancello, il lungo portico di una strada del centro. Ancora una stretta allo stomaco, la solitudine non si dimentica.

Francesco

1 dicembre 2025