La commissione OMS sul contrasto alla solitudine recita: “Chiunque, ovunque, può sentirsi solo o socialmente isolato. In tutte le età e regioni, la solitudine e l'isolamento sociale hanno gravi ripercussioni sulla nostra salute fisica e mentale e sul benessere delle nostre comunità e della società”. Chiariamo: la solitudine in sé non è un problema. Stare da soli ci permette di riflettere, pensarci, riconoscerci come entità unica, con le proprie esigenze, necessità e problemi. La solitudine da contrastare è invece quella provocata dal non trovare più spazio e ruolo nella società, dovuta sia all’uscita dal mondo del lavoro che a un individualismo esasperato in una continua competizione dove i più deboli e i meno attrezzati finiscono ai margini e tendono a isolarsi. Si sono frantumate, infatti, le sicurezze offerte dall’appartenenza a comunità solidali, in cui il benessere del singolo dipendeva da quello collettivo. Oggi ognuno è solo e deve competere con gli altri per il proprio benessere. Questa solitudine è indubbiamente figlia di scelte politico-economiche nate dal neoliberismo e dalla globalizzazione, che hanno influito negativamente nella società, favorendo la scomparsa dei tradizionali punti di riferimento sociali e politici.
Si tratta di un pericolo reale e concreto. La stessa OMS ha costituito una “Commissione sulla connessione sociale (2024-2026)” che mira al riconoscimento del problema come priorità globale per la salute pubblica affermando che: “L'isolamento sociale e la solitudine non danneggiano solo gli individui; hanno anche un impatto negativo su intere comunità e società. La loro sicurezza, prosperità e governance efficace dipendono in larga misura dalla qualità delle connessioni sociali all'interno dei suoi quartieri, luoghi di lavoro e scuole”.
La mancanza, o scarsa qualità, di relazioni sociali mette in gioco la stessa tenuta della società, della democrazia e del senso stesso delle comunità, favorendo il populismo. Questo è ormai il mondo globalizzato dell’indifferenza. La società è invece un organismo vivo, con le sue regole e i suoi equilibri. Essa non può quindi diventare una somma di individui indistinti, isolati, impauriti, in competizione fra loro, rassegnati all’impotenza collettiva rispetto alla propria vita, il cui scopo sembra unicamente essere quello del consumo. Per dare un senso alla democrazia, al contrario, bisogna ricostruire comunità in cui sia possibile portare tutta intera la propria vita. Raccontare e raccontarsi. Riconoscersi. Le esperienze fatte sul campo in questi ultimi anni dimostrano come la cultura nel suo complesso, in particolare la valorizzazione di quella popolare e delle tradizioni locali, sia uno strumento efficace per favorire l’interazione tra le persone e la ricostruzione di una comunità. Il presente manifesto si propone di:
- Denunciare la pericolosità della “solitudine”, e della indifferenza, esaminando il fenomeno anche in Italia;
- creare le condizioni per favorire l’interazione delle persone partendo dal singolo territorio, promovendo iniziative Sociali e Spazi di incontro;
- valorizzare la cultura popolare e la memoria storica come ponte tra generazioni;
- investire sull’animazione culturale quanto più diffusa sul territorio, con una regia che coordini gli sforzi degli attori in campo;
- favorire la cultura del fare e della partecipazione concreta dei cittadini alla vita sociale.
Si lancia quindi un appello per la creazione di una rete di forze che agisca con l’obiettivo di combattere solitudine e indifferenza, invitando le associazioni, organizzazioni politiche, sindacali e del volontariato di sottoscrivere e far conoscere il manifesto. Seguono firmatari.