Tra i nostri “Coriandoli di solitudine” includiamo un brano del romanzo di Andrea Bajani "L'anniversario", vincitore del premio Strega 2025. Un romanzo fatto di solitudine. Anzi proprio del momento dell’attacco, di quel graffio della solitudine che ti squarcia e non lascia respirare, che genera separazione, senza poter capire si tratti di una tua libera scelta o di una imposizione del destino. Ovviamente tutti i critici parlano principalmente della parte riguardante il rapporto conflittuale con il padre, una presenza ingombrante che fagocita lo spazio e la luce entro cui scompare anche la figura della madre. Noi, invece, utilizziamo il suo lavoro come esempio di quello che è la solitudine. Di come, cioè, la solitudine possa aggredire chiunque. Per capire meglio sentiamo questa riflessione del protagonista “…Appena diradava la clientela, il pizzaiolo si sedeva al mio tavolo, più a guardare la televisione insieme, che a parlare veramente. Alla cassa avevano tra le altre le cartoline che mandavo regolarmente dai viaggi che facevo. Dicevo spesso a tutti loro che erano la mia famiglia, senza dire mai troppo di quella da cui provenivo. Nessuno me ne chiedeva conto: faceva parte del contratto implicito con il cliente. Tranne la pasticcera che un giorno quando nominai i miei genitori, mi disse che pensava fossi orfano di entrambi visto che in tanti anni mai ne avevo fatto cenno. Quando rivendicavo soddisfatto il loro essermi famiglia, alcuni mi obiettavano il loro essere però “famiglia a pagamento”, cosa su cui non avevo mai avuto molto da commentare, ma che non li trasformava ai miei occhi in un'appendice riduttiva. Mi è sempre sembrato questo mutuo soccorso offerto o comunque connesso al mondo delle merci il lato umano del capitalismo…. Credo che molte solitudini senza esercizi commerciali finirebbero presto con un cappio al collo o dentro la follia. Grazie a loro io mi sentivo meno solo. La mia famiglia a pagamento mi dava quello di cui avevo bisogno. Era, si potrebbe dire, non il surrogato perfetto ma quello che mi concedeva almeno il senso di una tregua e la pasticceria era anche il centro di una spiritualità bislacca, se non proprio di conforto o di consolazione, il tutto in dieci minuti quotidiani con un pasticcino un caffè e qualche profezia…”