Le “comunità” a pagamento.

il mercato della solitudine

Abbiamo iniziato un lungo viaggio tra i paradossi creati dalla solitudine. La nostra guida è stata Noreena Hertz che dopo averne analizzati tanti, nel suo “Secolo della solitudine” ne propone uno che deve far riflettere. Nel capitolo in cui parla delle “comunità commercializzate”, Hertz racconta di offerte abitative e di co living in cui nel canone sono incluse cose come eventi tra inquilini, cene comuni, corsi, spazi lounge e aree gioco, presentate come risposta alla solitudine urbana. È un tentativo esplicito di rispondere alla solitudine attraverso prodotti commerciali: appartamenti in cui, insieme all’affitto o alla quota di acquisto, si pagano anche servizi sociali, attività comuni, spazi condivisi, eventi e perfino forme guidate di relazione. Cose lontane da noi? Mica tanto! Anche in Italia il fenomeno è ormai evidente.

Oggi esistono decine di progetti di cohousing e coliving: oltre 40 in tutto il Paese, con picchi a Milano e nelle grandi città. Le ricerche mostrano che un under 40 su due sarebbe disposto a vivere in comunità “curate” da un gestore, e persino per gli over 55 cresce l’interesse per formule di convivenza assistita.

Il risultato è un nuovo modo di abitare dove la socialità non nasce spontaneamente, ma viene progettata, organizzata e venduta: eventi inclusi nel canone, assistenza condivisa, ambienti “pronti all’uso” per chi si sente solo. Una sorta di “comunità in scatola”, proposta dal mercato immobiliare come antidoto alla solitudine e come alternativa alle tradizionali relazioni di vicinato. Più che comunità nate dal basso, sembrano prodotti di mercato, venduti come “vita condivisa”, dove però la socialità diventa un servizio e la comunità una promessa da brochure. È una risposta alla solitudine? O è un tentativo di riempire col mercato ciò che un tempo nasceva spontaneo tra le persone e che proprio questo tipo di società ha contribuito a distruggere con l’individualismo e la competizione esasperata?

25 novembre 2025